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Dalla frazione Barchi
Sottana (m. 664), pittoresco gruppo di case, posto al riparo di un
costone roccioso, attraversato da vicoletti e ricco di fontanelle, si
apre la mulattiera che prende a salire sotto un lungo pergolato di viti.
Quindi, tra rigogliosi castagni, alcuni dei quali in età veneranda, si
raggiunge una piccolissima baita, in tutto una decina di metri quadri. A
questo punto ci stacchiamo dalla mulattiera che prosegue per le Case Zitta,
situate a quota 872, ed in La storia della Torre si ricollega alle invasioni saracene alla fine dell'800 - inizi 900 quando i Saraceni provenienti dall'Africa e dalle coste spagnole, dalle loro basi di Frassineto vicino a Saint Tropez invasero dalla Liguria tutte le valli del Basso Piemonte. Ma forse questa costruzione risale al tardo Impero Romano o meglio dopo la caduta dell'Impero Romano quando, nel VI secolo, per arginare le invasioni longobarde, gli imperatori di Bisanzio con Giustiniano e Costanzo, cercarono di formare una linea difensiva detta "limes" coatituita da una serie di torri di avvistamento, poste in Valle Tanato tutte sulla sponda destra del fiume Tanaro. I Saraceni, tra i secoli IX e X, se ne servirono come luoghi di ricovero e di vedetta. Grazie al GAL Gruppo Azione Locale ed alla Comunità Montana Alta Valle Tanaro, la Torre è stata recentemente (1999-2000) restaurata con un sicuro e facile accesso alla Torre stessa che di notte è illuminata e che costituisce una bella e panoramica meta per una facile escursione. LA FINE DEL
TERRIBILE SARACINO Il nome stesso Eca Nasagò (frazione di Ormea nei pressi della torre di Barchi), loro centro maggiore di residenza, trae origine da due parole arabe che significano "feroce" e "luogo di battaglia" forse proprio per indicare qualche grave scontro. Conosciamo anche il nome del loro condottiero, detto Sagittus per la sua infallibilità nel tiro con l'arco. Dalla torre di Barchi
partivano ogni giorno per il saccheggio dei paesi vicini, assalivano
castelli, distruggevano chiese, incenerivano le biblioteche ed i codici
dei conventi, riducevano allo squallore i cascinali sparsi, massacravano
gli uomini, perseguitavano fanciulle e donne, rapivano bambini che poi
avviavano su lontani mercati degli schiavi. Le vie di transito divennero
malsicure sia per gli uomini sia per le merci e l'insidia delle ricurve
spade saraceniche e dei loro pugnali ritorti costituì un timore
immediato e reale. Uscivano al mattino presto, armati fino ai denti e
tornavano a notte alta, spesso ubriachi, carichi di preda, spingendosi
davanti vitelli o pecore e spesso anche ostaggi umani che poi E chi mai poteva contrastare il loro passo? Lo stesso imperatore Ottone I, pur con i più fieri propositi, non muoveva contro di loro la potenza delle sue truppe e si limitava ad invitare i Signori locali a sbarazzarsi dei Saraceni. Tra il 975 ed il 980 i nuclei maggiori dei Saraceni vennero fortunatamente liquidati, salvo qualche sparso gruppo dei più agguerriti, posto in luoghi inaccessibili, come la torre di Barchi. Ma ora la popolazione locale cominciava a meditare la riscossa ed attendeva ansiosamente la fine di tanti soprusi. Un giorno un giovane
valligiano al quale i Saraceni avevano rapito la fidanzata e che covava
nel suo cuore fieri propositi di vendetta, promise ai suoi compaesani la
liberazione totale, per verità senza essere creduto troppo. Studiò le
usanze di quel gruppo e si avvide che la guardia della torre era
avvertita del ritorno dei compagni da un caratteristico fischio ripetuto
per tre volte. Quando lo udiva, il saraceno della torre apriva quella
porticina che si affacciava verso il precipizio e sopra le acque scure
del Tanaro, porgeva la mano ai compagni senza che potesse scorgerli data
la forma cilindrica della torre e ad uno ad uno li tirava a sé
nell'interno. L'operazione non era molto comoda, perché con un balzo
sopra il profondo dirupo, seppur aiutati, dovevano raggiungere
l'apertura. Ma questo costituiva d'altra parte un motivo di sicurezza
per quegli abitatori, inaccessibile com'era l'entrata della torre,
specie in quei tempi che cominciavano a farsi difficili anche per loro.
Il nostro eroe si preparò con cura alla vendetta. Assistette diverse
volte a quell'arrivo serale; lontano da ogni orecchio indiscreto provò
a ripetere quel fischio caratteristico ed un giorno, vedendo sfilare
presso casa sua la fiera masnada al gran completo, ad eccezione della
guardia, essendo tempo di luna nuova e minacciando tempesta, capì che
era giunto il momento di approfittare di tanto favorevoli circostanze.
Risalì il torrente e raggiunse, senza farsi notare da nessuno, le
pietre vicino alla torre ed attese che calasse la prima oscurità. Poi,
con il cuore in gola, si a Se una testimonianza ulteriore di tale liberazione oggi ancora possiamo trovare circa qualcosa di vero in tale leggenda, diremo che il nome unito Zitta-Tornatore è tuttora vivo, a distinguere un'antica famiglia nostra. |
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